Cassazione sul caso Rackete: confermato il no all'arresto

Pubblicato il 22 febbraio 2020

La Corte di cassazione ha confermato la decisione del Gip di Agrigento di non convalidare l'arresto della capitana Carola Rackete, riconoscendo l’esistenza di una causa di giustificazione nel suo operato.

La vicenda da cui era scaturito l’arresto è quella che ha visto come indagata la comandante della nave di un’organizzazione non governativa che, dopo aver salvato dei migranti naufraghi in mare, era entrata di forza nel più vicino porto italiano.

L’arresto era stato eseguito per resistenza a pubblico ufficiale e contro nave da guerra.

Il Giudice di Agrigento, in particolare, aveva ritenuto che non vi fossero, nel contesto fattuale di specie, i presupposti per convalidare la misura cautelare, operando il divieto di cui all'art. 385 cod.proc.pen. (Divieto di arresto o di fermo in determinate circostanze).

E tale valutazione è stata ritenuta corretta e condivisibile dalla Terza sezione penale della Suprema corte, con sentenza n. 6626 del 20 febbraio 2020.

Secondo il Gip, non soltanto era configurabile, nella situazione descritta, la causa di giustificazione dell'adempimento del dovere di soccorso, ma la sussistenza di tale scriminante era anche percepibile da parte degli operanti che avevano proceduto all'arresto, sulla base di una valutazione della singolarità della vicenda e delle concrete circostanze di fatto, come meticolosamente riepilogate.

Una conclusione a cui hanno aderito i giudici di legittimità posto che – hanno spiegato questi ultimi - non è ammessa una privazione della libertà personale da parte della polizia giudiziaria “quando, avuto riguardo alle circostanze del caso, ricorrano nel concreto cause di giustificazione idonee ad escluderne la rilevanza penale, in termini di ragionevolezza, sulla scorta degli elementi di conoscenza in capo a coloro che hanno operato la misura privativa della libertà personale”.

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