Assistenza stragiudiziale: quando si configura esercizio abusivo della professione

Pubblicato il 20 maggio 2025

L’esercizio abusivo della professione forense si configura anche in assenza di un mandato formale per l'attività giudiziale, quando vengono prestate attività di assistenza stragiudiziale o consulenza legale da parte di soggetti non abilitati.

E' quanto puntualizzato dalla Corte di Cassazione, Sesta sezione penale, con sentenza n. 18734 del 19 maggio 2025, pronunciata sul caso di un imputato, condannato, in sede di appello, per il reato di abusivo esercizio della professione di avvocato (art. 348 codice penale).

Esercizio abusivo della professione: configurabilità del reato

Il caso esaminato

L'accusa era di aver accettato, benché privo di titolo abilitativo, incarichi professionali da una società, tra i quali quello di proporre opposizione a decreto ingiuntivo in realtà mai presentato, remunerati con una somma di oltre 7.000 euro.

L'imputato aveva promosso ricorso per Cassazione contro la condanna, sostenendo, in primo luogo, che la Corte territoriale non aveva tenuto conto che, di fatto, vi era stata solo l'offerta di una prestazione di difesa giurisdizionale rimasta poi ineseguita.

Secondo la sua difesa, inoltre, la semplice ricezione dell'incarico difensivo e la spendita del titolo di avvocato non potevano integrare il reato contestato considerato anche che l'attività di consulenza stragiudiziale, per essere ricompresa nell'attività riservata degli avvocati, avrebbe necessitato di un incarico per l'attività giurisdizionale connessa.

Avvocati: è esercizio abusivo anche l'assistenza stragiudiziale

La Suprema corte ha rigettato tali doglianze.

Rilevanza della connessione funzionale con il contenzioso  

Come rilevato dalla Corte d'appello, l’attività svolta dall’imputato, oggetto del giudizio, era organizzata, sistematica, continuativa e finalizzata a gestire contenziosi giudiziali in atto o potenziali, senza che vi fosse stata una formale investitura mediante procura o mandato.

Ebbene, come sancito dalla Legge n. 247/2012 (recante "Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense"), "...l'attività professionale di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all'attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati".

Nel caso esaminato, quindi, era da considerare rilevante l'effettivo svolgimento di una attività con le descritte caratteristiche ad opera dell'imputato, non essendo invece necessaria l'esistenza di un mandato formale per l'attività giudiziale.

L'attività di consulenza - svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato - era destinata a incidere su un contenzioso giudiziale, presente o futuro.

Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, l'attività stragiudiziale in correlazione con quella giudiziale può essere anche solo quella preparatoria (Cassazione n. 34713/2023) o quella finalizzata a concludere una transazione che ponga termine alla lite (Cassazione n. 21565/2020).

Era quindi corretto il rilievo formulato dalla Corte d'appello, secondo cui la consulenza svolta dal ricorrente era volta a trovare la migliore linea difensiva (opposizione o transazione) per reagire agli atti giudiziali già notificati alla società assistita.

Principi giuridici affermati dalla Cassazione  

Secondo la Corte, in altri termini, perché si configuri l'abuso è sufficiente che l’attività di consulenza o assistenza:

NOTA BENE: Non è necessario che la controversia sia definita in sede giudiziale, né che vi sia un mandato formale per configurare il reato.

Attività stragiudiziale riservata agli avvocati  

Ai sensi della Legge n. 247/2012 (ordinamento professionale forense), sono riservate agli avvocati:

quando tali ultime attività vengano svolte:

Nel caso oggetto di giudizio, l’imputato aveva ricevuto oltre 7.000 euro per un’attività rivolta a supportare una società nella scelta tra:

Per la Suprema corte, in definitiva, l’attività effettivamente svolta, anche in assenza di atti processuali formali, integra il reato contestato, se rivolta alla tutela di diritti in sede giudiziaria e svolta in forma professionale e abituale.

Ne discende che qualsiasi soggetto che offra consulenza legale o supporto stragiudiziale in modo continuativo e riferibile a controversie giuridiche senza aver conseguito l’abilitazione forense, è esposto al rischio di sanzioni penali per violazione dell’art. 348 c.p..

Tabella di sintesi della decisione

Sintesi del caso Un soggetto non abilitato ha prestato, per circa otto mesi, attività di consulenza legale e assistenza stragiudiziale a favore di una società, percependo oltre 7.000 euro. Tra le attività anche la predisposizione di un’opposizione a decreto ingiuntivo, poi non presentata.
Questione dibattuta Se l’assenza di un mandato formale per attività giudiziale e la mancata proposizione effettiva di atti giudiziari escludano la configurabilità del reato di esercizio abusivo della professione forense ai sensi dell’art. 348 c.p.
Soluzione della Corte di Cassazione La Corte ha confermato la condanna: è sufficiente che l’attività di consulenza o assistenza, pur in assenza di mandato, sia collegata a un contenzioso giudiziale, svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, e funzionale alla tutela di diritti in sede giudiziaria.
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