Riforma fiscale con il cash flow

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Riforma fiscale con il cash flow

Si comincia a delineare il decreto Agosto con la manovra d’estate. All’orizzonte il dimezzamento delle rate per la ripresa della riscossione a settembre, post sospensione da COVID-19. Le rate, spalmate in quattro mensili tra settembre e dicembre, potrebbero protrarsi fino ai primi mesi del nuovo anno, con metà dei versamenti da gennaio 2021.

Ma sempre in tema riscossione, si registra anche il primo approccio concreto alla riforma del Fisco.

Si tratta della proposta di riforma del modello di imposizione sui redditi delle persone fisiche esercenti attività di impresa e arti e professioni, spiegata dal direttore delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini.

Riforma fiscale. Il perno sarà il flusso di cassa (cash flow)

Per le piccole partite Iva è ipotizzata la tassazione per cassa, su incassi e spese effettivi: il reddito imponibile sarebbe calcolato sul cash flow dell’attività, che permette di tassare imprenditori e professionisti sulla differenza tra entrate e uscite finanziarie, con immediata deduzione delle spese per gli investimenti.

Piccole imprese, forfetari, autonomi, professionisti e società di persone in contabilità ordinaria lascerebbero il meccanismo dei due acconti di giugno e novembre in favore, è questa la novità ipotizzata, di un sistema di liquidazione periodica mensile o trimestrale delle imposte.

Dunque, un principio di cassa effettivo: il reddito sarà il cash flow del periodo, senza ammortamenti e altre poste rettificative dell’imponibilità e della deducibilità di entrate e uscite finanziarie, che oggi porta molti paletti alla deducibilità.

Non tarda il commento del presidente del Cndcec, Massimo Miani: “Se si tratta di semplificare, siamo favorevoli e pronti a dare il nostro contributo… Ma se dovesse essere solo un modo per anticipare gli incassi, il rischio sarebbe di complicare ulteriormente il contesto attuale”.

L’ipotesi andrebbe “prima discussa con gli operatori del settore, i commercialisti”, chiosa Miani.

Riforma fiscale. Le proposte di chi è sul campo

La semplificazione passa per un’opera di codificazione dell’esistente (i famosi “testi unici”), ma anche per l’eliminazione di una imposta come l’Irap (un tempo estremamente distorsiva rispetto al fattore lavoro, dal 2015 più inutile che altro), che, in un contesto di invarianza di gettito, può essere proficuamente sostituita da una mera addizionale regionale all’Ires e al reddito di lavoro autonomo e di impresa dei soggetti Irpef con ben definiti requisiti di organizzazione produttiva.

Bene anche la proposta di accentuare la natura di cash flow del reddito dei professionisti e delle imprese che lo determinano per cassa, purché resti fermo che è da qui che si parte per poi eventualmente prevedere versamenti delle imposte sul reddito su base mensile: altrimenti vorrebbe dire che l’obiettivo è solo accelerare e stabilizzare gli incassi per l’Erario, lasciando contribuenti e commercialisti nella complicazione (non nella semplificazione) di calcolare basi imponibili e relative imposte dodici volte l’anno invece che una soltanto”.

Dalle pagine della stampa nazionale il Presidente Cndcec pone le basi per una collaborazione costruttiva cercata da sempre e mai veramente attuata.

Dal nostro punto di vista, l’equità passa attraverso la constatazione di qualcosa che proprio la pandemia e il lockdown hanno dimostrato ampiamente: i redditi derivanti da lavoro dipendente, autonomo e da pensione differiscono sensibilmente tra loro quanto a rischi e tutele connesse e non vi è dunque alcuna ragione per ritenere un tabù inscalfibile il fatto che, quando lo Stato può prendere invece che dare, debbano essere tassati tutti allo stesso modo”.

Secondo Miani, andava nella giusta direzione l’idea di tassare redditi di lavoro autonomo e di impresa, analiticamente determinati, con aliquote separate e dedicate, così come era stato previsto nella legge di bilancio per il 2019 (salvo abrogazione da parte della legge di bilancio successiva).

Con l’aggiunta di stabilire aliquote allineate a quella cui vengono tassati anche i dividendi (26%) e soprattutto non escludendo chi consegue i redditi in forma associata, perché l’aggregazione va incoraggiata non ostacolata.

L’efficienza, per il presidente Miani, è un tax design che sia coerente alle sfide di un Paese che deve sbloccare il mercato immobiliare, ormai fermo (il suggerimento è una zona cuscinetto tra “prima casa” e “altri immobili”), e bloccare tre pericolose emorragie: quella demografica, quella dei gruppi imprenditoriali con la testa in Italia e quella dei pensionati che si trasferiscono all’estero.

Ribadita la priorità di sempre: la priorità è la riduzione del cuneo fiscale, ma lato lavoratori, perché il problema sono gli stipendi netti troppo bassi, non il costo del lavoro troppo alto.

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