Un fair value poco “fair” nei momenti di crisi

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Al fair value è attribuita la recente crisi finanziaria mondiale, le cui cause sono certamente di natura fondamentale, non artificiale. Atteso ciò, tre fattori si sono scaricati sui fondamentali, innescando una crisi di fiducia che si è tradotta in crisi di liquidità: un motore (il bad lending), un asse di trasmissione (l’originating and distribuite model), un carburante (il leverage).

La illiquidità è da molti ritenuta una fonte di volatilità artificiale (non fondamentale); di qui la proposta di consentire l’uso, ai fini di stima del fair value, di modelli di valutazione fondamentale anziché dei prezzi formati sul mercato, quando il mercato è in condizioni eccezionali perché, ad esempio, i volumi di scambio risultano significativamente inferiori alla media degli ultimi tre anni. Tuttavia, l’utilizzo di modelli valutativi se da un lato consente di evitare la volatilità artificiale, dall’altro espone al rischio di errori di stima. Perciò, la sola adozione di tali modelli (alternativi ai prezzi dei mercati illiquidi, come accennato) non sarebbe sufficiente. Ne andrebbe anche sterilizzato l’effetto sul conto economico, consentendo (è l’unica via possibile) il trasferimento delle attività sinora iscritte nei trading books ai banking books, in modo da sterilizzare il conto patrimonio netto senza dover trasferire a conto economico gli effetti di eventuali errori di misurazione. Ma ciò contrasta con i principi contabili. Peraltro, non è escluso che l’illiquidità sia una fonte di rischio sistematico anche quando vengono adottati i modelli di valutazione fondamentale.

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